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ISRAELE – Da Tel Aviv al Sinai
All'arrivo in aeroporto scendo dalla scaletta dell'aereo e una agente di polizia mi avvicina e mi tempesta di
domande. Cosa faccio a Tel Aviv, dove vado, chi conosco. Le stesse domande mi verranno ripetute al controllo
passaporti: inizialmente spaventa un poco, ma senza intoppi riesco a entrare in Israele. E' dicembre, mi
lascio alle spalle il freddo tipico del nord Italia e mi ritrovo in Medio Oriente, e anche se non fa troppo
caldo, data la stagione, si sta decisamente meglio. Tel Aviv è una città affascinante, racchiude in sé quel
misto di orientale e occidentale, che dona alla città un'atmosfera tutta particolare. I suoi grattacieli e
il bellissimo lungomare, il mercato vecchio, le case fatiscenti e le piazze, i centri commerciali e i locali
alla moda donano alla città un non so che di speciale. Concedersi una camminata sul lungomare è sicuramente
il metodo migliore per iniziare la scoperta del posto. Partendo dalla marina mi avvio lungo la passeggiata:
in lontananza si intravede Jaffa, l'antica città ormai inglobata nella metropoli, sulla spiaggia la
gente affolla i localini che trasmettono musica ad alto volume, concedendosi un sole pallido ma caldo, e qualche
temerario pure un bagno. Verso la fine della spiaggia mi inoltro verso il centro, direzione mercato del Carmel.
L'atmosfera di colpo cambia, e la modernità che finora mi ha accompagnato lascia il posto a un'atmosfera molto
mediorentale. La folla si accalca alle bancarelle dove si vende di tutto, dalla frutta alla carne, dai formaggi
ai casalinghi. Il centro va visitato a piedi, anche se da camminare ce n'è molto, ma solo così si riescono a
cogliere i particolari di questa città. Il più delle volte mangio nei localini tipici, dove tra un delirio di
sottaceti e condimenti vari si possono gustare ottime pitte ripiene di falafel o shawerma.
La città, che non raggiunge il secolo dalla fondazione, è anche sede di importanti musei tra i quali Tel Aviv
Museum of Art e l'Ha'aretz Museum, il museo della storia d'Israele, che insieme al Museo della
Diaspora ci aiuta a comprendere questa nazione e il suo popolo. Al contrario, Jaffa (o Yaffo) è antichissima:
la leggenda la vuole fondata dal figlio di Noè, Japhet. Interessanti la sua millenaria storia, di cui si può avere
un assaggio al Museo Archeologico, il suo porticciolo, una vista alla spiaggia e lo skyline di Tel Aviv
mozzafiato. Se nella parte bassa della città antica è possibile perdersi nei mercatini arabi, dove si trova in vendita
ogni genere di prodotti, compresa una grandissima quantità di souvenir, in quella alta si rimane incantati dalla
bellezza della sua architettura, delle case e dei palazzi, delle innumerevoli stradine antiche che si diramano al suo
interno, dai suoi giardini e dallo splendido mare.
Il mio viaggio prosegue verso il sud, destinazione Elat.
Arrivo alla stazione centrale degli autobus, dopo il solito controllo dei bagagli, ed entro in un posto fuori dal
comune, almeno per la mia concezione di stazione autobus. Sembra di essere in una città, o nel più grande centro
commerciale mai visitato, otto piani di negozi, ristoranti, banche e via dicendo. E da sei degli otto piani autobus
in partenza, a centinaia. Per arrivare ad Elat devo attraversare tutto il deserto del Negev, ma la partenza
è fissata dopo il tramonto, e la cosa mi spiace: spero nel ritorno, perché non si può attraversarlo due volte e non vederlo.
Arrivo dopo circa otto ore di viaggio; sono le cinque del mattino, la città è deserta, la notte ancora fonda. Aspetto
l'alba sul lungomare, osservando da lontano le luci della città giordana di Akaba. La cittadina turistica più
famosa di Israele non ha nulla da invidiare a altre località marinare, unico sbocco sul Mar Rosso si affaccia sul
golfo di Elat o di Akaba, è attrezzata per il turismo di massa, alberghi e infrastrutture la rendono accogliente e
affollata, e qui fa decisamente caldo. Si intravede città Giordana che dà il nome al golfo, e la differenza
di architettura è notevole.
Non mi fermo e da un taxi mi faccio portare al vicino confine con l'Egitto. L'ingresso
è semplice e abbastanza veloce, più complicato è organizzare il trasporto presso il luogo scelto. Qui inizia una lunga
contrattazione con i beduini locali per organizzare il trasporto al villaggio di Ras Al Satan: dopo qualche ora
di discussioni e attese mi accordo sul prezzo e parto. Siamo in piena zona desertica, i colori variano dal'ocra al giallo
e al marrone, colline e montagne, salite e discese, la vegetazione praticamente non esiste, e solo il blu del mare rompe
la monotonia di un paesaggio affascinante ma perennemente uguale. Arrivo a destinazione, il villaggio è immerso in un
silenzio immobile, pace e tranquillità rotta solo dal lento movimento del mare, sul cui sfondo imponenti si alzano le
montagne dell'Arabia Saudita. L'alloggio consiste in una capanna fatta di canne di bambù, un tappeto per dormire e
candele per la sera, che arriva sempre troppo presto a queste latitudini. La sistemazione è avventurosa, ma affascinante,
i bagni all'aperto sono in comune, ma puliti, e la doccia al mattino è molto elettrizzante. Sì, perché se di giorno
le temperature sfiorano i venticinque gradi, la notte, come sempre nel deserto, fa freddo. La zona comune è un mix di
capanne col tetto di paglia aperte sui lati, tappeti per sedersi e tavolini bassi per mangiare. La cucina è ottima,
i piatti freschi e deliziosi, il servizio impeccabile. La sera, dopo cena, ci si ritrova intorno al fuoco a chiacchierare
con i beduini che gestiscono il posto, o con gli altri avventori che si sono spinti in questo posto fuori da ogni rotta
turistica conosciuta. Regna un silenzio assoluto, rotto a tratti dal suono di qualche chitarra in lontananza. Il cielo
di notte è spettacolare, complice la mancanza di luce elettrica, regna un buio assoluto e le stelle splendono come non
ho mai visto. Le giornate passano tra infinite passeggiate seguendo il mare e scalando le collinette per cercare di avere
una visione d'insieme del paesaggio più completa.
Dopo qualche giorno passato ai confini della civiltà ritorno verso
Elat, con la speranza di ritornare a gustare la pace assoluta di questo posto meraviglioso. L'autobus parte di primo
pomeriggio, dandomi la possibilità di vedere quasi tutto il deserto del Negev, che all'andata la notte mi aveva celato.
E' ormai sera quando arrivo in città, mi restano pochi giorni e li spenderò al mare, godendomi il sole e il caldo,
la musica e le bibite rinfrescanti, tra poco si ritorna a casa, il freddo mi aspetta.
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